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“Ascolta le persone che hanno più esperienza di te e fai tesoro di quello che dicono”. E’ per questo che compro ogni anno il calendario di Frate Indovino. Dai consigli di vita fino al periodo migliore per seminare tulipani in balcone o raccogliere le olive, il calendario di Frate Indovino serve sempre.
Questo motto mi fa venire in mente il periodo in cui frequentavo da poco un circolo di cultura omosessuale. All’epoca io ero tipo che arrossiva se solo sentiva pronunciare la parola “pene”, ero convinto che i ghei fossero tutti belli e sensibili ed era anche lo stesso periodo in cui i miei mi comunicarono la notizia sconvolgente che babbo natale non esisteva.
Uno dei membri di questa associazione era un gran bel po’ più grande di me e, dal punto di vista degli uomini, diciamo che se ne era fatti almeno un numero pari rispetto a quelli iscritti al vecchio P.C. (ma quello degli anni ’60!).
Uno dei suoi consigli che adorava elargire a noi ragazzini era: “Nel sesso, meno si parla, meglio è”.
Io lì per lì non è che lo avessi capito poi tanto. Mi sembrava roba da vaticinio di un oracolo tipo il famoso “andrai, tornerai non vincerai” (ndr: una specie di sciarada dell’antichità vaticinata a un povero soldato che chiede ad un oracolo se sarebbe tornato vivo dalla guerra ma che di fronte a una frase così assurda preferì il suicidio al dubbio). Ho provato a rigirare la frase, a scomporla e ricomporla ma il risultato era sempre incomprensibile: perché si doveva parlare poco e comunque solo dopo il sesso?
A pasqua di due anni fa conosco un ragazzo. Come al solito ricordo sempre benissimo le date dei miei rimorchi perché avvengono solo durante i miei viaggi fuori Roma, i viaggi nella Capitale di chi vive fuori Roma (quindi molto spesso per le festività) o durante il passaggio della cometa Yakutake (ultimo avvistamento 1577, prossimo 2375).
Vedo questo ragazzo alto, moro, muscoloso e subito vengo catturato dalla bellezza della sua anima e dalla sensibilità che traspare dai suoi occhi in parte coperti dalla visiera di un cappellino. Ovviamente ha quel copricapo per celare la pudicizie che potrebbe trapelare dal suo sguardo, ritrosia ed imbarazzo che si manifestano nel momento in cui, ballando vicini in pista, mi si piazza dietro ed inizia strusciarmi dandomi colpi di bacino e baciandomi sulla nuca. Sembra una scena tratta dalla videocassetta “Baila la Lambada-corso avanzato”.
Come volevasi dimostrare, non era di Roma ma di qualche provincia lombarda che potrebbe essere: Bergamo o Brescia. Ad ogni modo è lampante il suo animo romantico, quasi un ragazzo d’altri tempi: tranne che nella cistifellea mi mette le mani dappertutto e poi parafrasando Petrarca mi sussurra nelle orecchie promesse che, se solo avesse poi mantenuto fede anche a solo una di queste, il giorno dopo, avrebbero dovuto chiamare i pompieri di graund ziro per soccorrermi.
Ci stravacchiamo in un angolo del locale iniziamo a chiacchierare.
“Guarda qua”, mi fa mostrandomi il bicipite. Ora io di narcisi, egocentrici o più semplicemente di feticisti del corpo ne ho conosciuti e parecchi e in media, la cosa migliore da fare è assecondarli dicendogli “accidenti ma vai un sacco in palestra!” con lo stesso entusiasmo con cui si recita la poesia a natale da piccoli solo per poi ottenere le 5mila lire dai nonni.
“No, il tatuaggio. Lo riconosci?” in effetti, a parte qualche centimetro di pelle immacolata, il bicipite è completamente coperto da uno di quei tatuaggi per cui una madre inizia a piangere e chiedersi dove ha sbagliato dando testate al muro. Però, che ne sai, magari è uno di quei patiti della cultura maori, uno di quelli che va a fare serf a Goa, che porta collane fatte con denti di squali e crede nella forza ancestrale della Madre Natura. “Ma come…non vedi che è lo stesso tatuaggio di Costantino di Uomini e donne”. La rivelazione è talmente dirompente che, in quel preciso momento, in altre parti del mondo, erutta il Cacatoa facendo centinaia di vittime, un aereo perde il controllo e si schianta su una chiesa di fedeli nelle Filippine riuniti per celebrare la Pasqua e Paris Hilton perde il suo cagnolino Tincherbel. “no sai, è il mio mito e vorrei andare anche io a “Uomini e Donne”. Sai l’ho conosciuto, vado nella sua stessa palestra”. A quel punto gli piazzo la lingua in gola per farlo smettere di parlare prima che causi anche il dissassamento del globo e ci precipiti in una nuova glaciazione.
Le alternative a quel punto non erano poi tante: o tornavo in pista e ballavo con lui e le sue 12 paia di mani infilate ovunque (mica poi una pessima soluzione) così almeno non parlavamo, o con la scusa andare al bagno mi imbarcavo su un cargo ucraino in partenza da Ostia verso Buenos Aires (ipotesi da scartare perché avrà pure avuto l’aspirazione alla celebrità di una schedina della Ventura ma era davvero uno di quelli che se te lo lasci sfuggire passi il resto della vita in camicia da notte, le caccole incrostate nel naso e i capelli sporchi da giorni scrivendo sul muro con le unghie “perché non me lo sono fatto?!” fino a che non ti preleva la guardia medica e ti porta alla neuro), terza ipotesi, provare a vedere di cambiare argomento per trovare un terreno comune che non fosse la biografia di Alessandra Perelli.
“Sei già stato a Roma?”, io ho pochi cavalli di battaglia: i secondi piatti a base di polli, cantare a cappella “Simbolum 77” e portare in giro ragazzi alla scoperta delle bellezze di Roma.
“Sì, in gita con la scuola ma non è che mi sia interessato molto”. Nel frattempo avevo assunto la posizione numero 56 dell’enciclopedia dello Yoga: “L’occhio di Shiva sgranato (ovvero quell’espressione fissa, vitrea, immobile che incarna il pensiero “ma io che cazzo ci faccio con questo?”).
Prima che la Tailandia mi incolpi di un nuovo zumami, lo bacio di nuovo e temporeggio per pensare a cosa fare: lo mollo, lo tengo, lo mollo, lo tengo, lo mollo…mi stacco prima che mi venga un crampo alla lingua e gli propongo: “Una passeggiata ai fori, magari?” e lui: “No, ci sono già stato, non c’è niente da vedere, è tutto rotto”.
A quel punto scatto in piedi, lo afferro per la canotta, gli infilo la giacca e gli faccio: “Va bene, andiamo da me”. Fino al rilascio, l’indomani, ho sempre cercato di tenergli la bocca rigorosamente occupata baciandolo, rimpinzandolo con dei cornetti alla crema e perfino facendogli suonare la lingua dei Menelik (cose del genere a casa mia non mancano mai), avrei fatto qualsiasi cosa pur di non sentirgli esprimere un altro giudizio.
Lo so, molti direbbero che avrei fatto meglio a lasciarlo lì (ipocriti), ma, parliamoci chiaro, chi sono mai io per giudicare? Forse preferiva vedere “Troppo belli” con Costantino e Daniele, forse non sapeva che la lingua ufficiale della Gran Bretagnia è L’inglese ma del resto neppure io so qual è la temperatura di fusione dell’acciaio.
tratto dal blog di INSY. ancora rido…:-)
piove. ho sonno. e piove. però è venerdi. è già qualcosa…
“ma… ….quella….s…. la….lll…. la patata!”
“credi che sia io l’asasìno?”
“………..sì”
”allora pensi di arestarmi?”
“…no, prima la patata!”
sono tornato (douglas macarthur, leyte, filippine, 1944)
sono stornato (maglione in offerta, oviesse, 2004)
sono tonnato (vitello, milano, natale 2005)
sono tornado (tri-state, ellington, missouri, 1925)
sono torquato (tasso, roma, 1584)
sono torbato (talisker, scozia, 1830)
disse controkarma
xx – ecco, adesso ci sarebbe giusto una firma da mettere in calce
io – va bene lo stesso se lo faccio a penna?
xx – …
