You are currently browsing the monthly archive for Gennaio 2004.

mi sembra che l’orizzonte si sia richiuso in modo definitivo. dire che sono disilluso è dire poco: esaurimento totale di aspettative.

la familiarità esausta e ingrigita di ogni via e facciata della mia città mi comunica una tristezza intollerabile. a volte continuo a camminare senza direzione finchè mi sembra di essere sul punto di dissolvermi nella superficie sudicia di un marciapiede o sul fianco di un’automobile.

a volte, in occazione di una telefonata o di un uscita con un amico, in cui per alcuni attimi sento uno strano e confortante sollievo, tutto il movimento e l’allegria e l’indipendenza e la maturità che sentivo in quella situazione, hanno solo l’effetto di farmi sentire più opaco e inerte, incapace di ricavare niente di positivo dalla vita.

torno, allora, verso casa con la mia macchina dal motore debole e gli ammortizzatori molli, nella zona periferica della città, come lungo un piano inclinato di sogni schiacciati al rullo compressore di una reltà implacabile.

 

Rock Minuet – Lou Reed

“…28 Agosto. Londra…”

la sera siamo andati a camminare dietro Piccadilly Circus. guardavamo gli altri turisti esausti, i branchi di ragazzi calati dalle periferie urbane, i manifesti dei teatri e dei cinema e dei concerti. eravamo nervosi e stanchi e attraversati da impulsi contradditori tutti e due, oscillavamo tra euforia da orizzonti liberi e sgomento da muri della realtĂ  che tendevano, purtroppo a richiudersi. camminavamo a passo svelto e parlavamo in continuazione.

rispetto alla vita a cui eravamo abituati qua in Italia, avevamo questo modo di tornare a terra di colpo, bloccare gli slanci piĂą squilibrati con frenate realistiche. era quasi una sensazione fisica, concreta. si rifletteva nel nostro modo irregolare di vivere.

ci siamo poi fermati a mangiare a Chinatown in un piccolo fast-food che conoscevamo, abbiamo ordinato un paio di birre e siamo diventati ancora piĂą irrequieti e insofferenti, ci guardavamo attorno e parlavamo ad alta voce, tiravamo fuori tutto quello che ci veniva in mente.

strane sensazioni, strano percepire le cose, strano tutto, strana VITA.

oggi solo un  calorosissimo abbraccio a tutti coloro che mi "seguono" e commentano i miei post! grazie di cuore!

ascolto, dopo anni e anni…  If it makes you happy – Sheryl Crow

un aquila volteggia in un cielo

carico di incertezze e denso di dubbi.

osserva dall’alto l’agire umano…

 

e sogna, un giorno

di volare via,

in altri spazi e in altri ambienti,

lontana da queste terre conosciute,

che la rendono ogni giorno

più debole e insicura.

 

Holes – Mercury Rev

"festa…."

 

Gli invitati alla festa invadevano il cortile da ogni parte. era gà pieno di gente. gente per le scale e i balconi, gente che salutava e faceva gesti in direzione mia o di no so chi altro. La musica era forte, le luci del cortile accentuavano l’azzurro bluastro riflesso dal cielo .Molte persone mi si sono avvicinate stingendomi la mano e facendomi domande, ma non riuscivi a interpretare il senso preciso delle parole o dei loro sguardi.

Sono andato, poi, giù dalle scale nella mischia, e mi sembrava incredibile, tutta la casa brulicava di gente che non avevo mai visto in vita mia, ubriaca; bambini ubriachi che rotolavano ridendo giù per le scale, signore ubriache che mi facevano complimenti…non so bene per quale oscuro motivo… C’erano facce che mi sembrava di conoscere in mezzo a tutte le facce sconosciute, ma non riuscivo a capire da dove, se erano vecchi compagni di classe delle superiori o delle medie o vicini di casa… Era una specie di circo subacqueo all’aperto, mi sembrava: una frenesia di esseri monocellulari che si esprimevano con semplicità ridicola e commovente da cartone animato di Bugs Bunny. Mi divertivo, adesso che la situazione si era così deformata; mi lasciavo portare dalle correnti interne, salivo e scendevo, andavo in lungo e in largo tra la folla. Non sapevo più quali fossero i miei sentimenti, ma non me ne importava molto; avevo anche smesso di preoccuparmi all’idea di potermi trovare davanti F. da un momento all’altro e dover decidere cosa fare o dire. Salivo e scendevo le scale di vecchia pietra e sorridevo e facevo di sì con la testa, annuivo e sorridevo molto, vuotavo bicchieri in due o tre sorsi e inventavo cose incredibili. Ero in uno stato di resistenze saltate, come una macchina bloccata con il freno a mano troppo a lungo; e anche se non ero in grado propriamente di pensare, sapevo che era tutto merito di F., e questo mi faceva sentire ancora più risentito con me stesso. Parlavo, con chiunque mi si capitasse a tiro: della percezione del tempo e della mafia e della naturalezza di F. davanti ai miei occhi e di come mi ero quasi picchiato con il mio migliore amico la settimana prima, ma non mi sembrava che nessuno capisse molto di quello che dicevo. C’era questo clima genericamente affettuoso e tollerante e destrutturato, dove le parole viaggiavano a branchi per conto loro senza suscitare altre conseguenze che manifestazioni facciali di interesse universale. Toccavo la gente, anche: mi appoggiavo con la fronte alla spalla di qualcuno o di qualcuna, stringevo braccia, stringevo mani; avevo bisogno di contatto e rassicurazioni risposte precise e concrete a richieste d’aiuto mandate in tutte le direzioni.